Circular Economy for Food

Franco Fassio dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo (UNISG) è stato nostro ospite in occasione di Hacking the City lo scorso aprile. Il suo intervento, riassunto in questo articolo, si è concentrato sulla necessità di partire dal cibo per cambiare il nostro attuale paradigma economico.

Una tale evolluzione in chiave circolare permetterebbe di riportare l’attenzione sulla biodiversità, sulle comunità, sulla qualità delle relazioni e sulla sostanza dei comportamenti.

Infatti, per comprendere i problemi che caratterizzano il food system, abbiamo bisogno di adottare un approccio sistemico, di analisi e progettazione. Il “thinking in systems” ci può aiutare a vedere le interconnessioni e capire le esigenze di tutte le parti coinvolte nel sistema. Già l’antropologo britannico Gregory Bateson  in Verso un ecologia della mente aveva sostenuto: “I maggiori problemi del mondo sono il risultato della differenza tra come la natura funziona (sistema) e il modo in cui le persone pensano (lineare)”.

Secondo il Professor Fassio, dunque, il primo terreno da arare se vogliamo sostenere e promuovere l’Economia Circolare è la consapevolezza che siamo un unico sistema interconnesso e che un’economia sostenibile può essere solo un’economia della conoscenza. Istruzione, formazione e ricerca sono necessari per ripensare le ipotesi della società contemporanea  e mettere in discussione abitudini consolidate che a volte sono il vero ostacolo ad uno sviluppo sostenibile.

La filiera agroalimentare estesa (comparto agricolo, industria alimentare, distribuzione e Horeca) è il primo settore economico del nostro Paese, con un fatturato di oltre 500 miliardi di euro e quasi 4 milioni di occupati. L’importanza di questo settore è tale che la pandemia di Covid-19 ha colpito il settore agroalimentare in maniera relativamente ridotta, con una contrazione del 4% in termini di valore aggiunto su base annua. L’importanza di questa industria è quindi tale da permettere di immaginare una ripartenza dinamica e sostenibile che sfrutti al meglio il valore di questo settore: per fare ciò, è però necessario ripensare il nostro intero approccio alla produzione di cibo.

Una riforma della filiera agroalimentare avrebbe un impatto fondamentale anche sulla tutela della biodiversità, che oggi si sta riducendo a un ritmo particolarmente elevato. In termini di Capitale Naturale, le specie stanno scomparendo al ritmo di circa 27.000 all’anno. Il tema però riguarda anche il cosiddetto Capitale Culturale: oggi i 3/4 dell’alimentazione mondiale dipendono da appena 12 specie vegetali e 4 animali e – su circa 30.000 specie commestibili presenti in natura – le colture alimentari che, da sole, soddisfano il 95% del fabbisogno energetico mondiale sono appena 30.

Questo sistema lineare è forse più produttivo, ma sicuramente meno resiliente. Quello che indicano questi dati, e che dimostra il grafico seguente, è che ci stiamo letteralmente mangiando la biodiversità, ossia il tessuto ecologico che sostiene la vita sulla Terra.

Un importante indicatore di questo processo è il cosiddetto Earth Overshoot Day, ossia il giorno in cui l’umanità consuma interamente le risorse prodotte dal pianeta nell’intero anno. Nel 2020 questo giorno è caduto il 22 agosto, mentre nel 2019 il 29 luglio. In effetti, l’estrazione di materiali primari è triplicata dal 1970 al 2010: da 22 miliardi di tonnellate di materiali annui a 70 miliardi, ossia da 6 a 10 tonnellate pro-capite.

Gli stili di vita esagerati che oggi sono diffusi ovviamente incidono pesantemente sulla quantità di risorse che l’umanità avrà a disposizione negli anni a venire. Si stima che nel 2050, mantenendo stabili i ritmi di produzione e consumo, servirà immettere nel sistema (input), circa 180 miliardi di tonnellate di risorse naturali, ovvero 20 tonnellate annue pro-capite. Di queste però, secondo un’analisi condotta dall’UNEP, circa 29 miliardi di tonnellate mancheranno.

Quando nel 2050 la popolazione mondiale supererà i 10 miliardi di persone, non saranno un problema solo le risorse minerarie. Anche la richiesta di energia crescerà del 30% dato che sarà necessario sostenere un incremento del 70% della produzione agricola.

Si tratta di una situazione a cui dovremo far fronte a breve, così come al tema della riduzione delle emissioni nocive per l’ecosistema. Il proocesso che va dalla produzione fino alla vendita di cibo genera ogni anno circa 3,3 miliardi di ton di CO2, ovvero il 30% di tutte le emissioni di gas serra. Le concentrazioni di CO2 sono aumentate del 145% rispetto ai livelli preindustriali (prima del 1750).

Uno scenario in cui la situazione è già drammatica è quello dell’acqua: la produzione agricola rappresenta la causa del 69% dei prelievi d’acqua. Azoto e Fosforo impiegati nei campi per aumentare la resa delle colture stanno contaminando le falde acquifere e modificando i cicli globali biogeochimici. Inoltre circa 8 milioni di tonnellate di plastica finiscono ogni anno in mare. E’ così che la plastica si sta facendo strada nella catena alimentare umana.

Dal punto di vista della salute umana, infatti, l’attuale sistema non è sostenibile in quanto conduce all’accumulo di rifiuti dentro il corpo. Un italiano, in media, ogni anno ingerisce 12 Kg di sostanze chimiche (funghicidi, insetticidi, erbicidi, etc.) e 9 grammi di antibiotici (pari a 4 terapie). Inoltre, a livello globale, il rischio di mortalità per patologie legate alla cattiva alimentazione ha superato quello relativo a malattie determinate da un insufficiente apporto calorico. Ad oggi, 1/3 della popolazione mondiale ha problemi di nutrizione: di questi, 868 milioni di persone sono denutrite e 1,5 miliardi di sono obese o in sovrappeso.

Vi è poi il tema dell’allocazione sbagliata delle risorse. A livello mondiale sprechiamo ogni anno 1.300.000.000 di tonnellate di cibo, pari a circa 1.700 miliardi di dollari. Questo valore è particolarmente impressionante dato che per eliminare la fame nel mondo servirebbero circa 267 miliardi di dollari l’anno. È quindi fondamentale sottolineare come un ripensamento del nostro sistema alimentare non debba portare a un aumento della produzione del cibo, ma a una sua migliore distribuzione, in modo da evitare gli sprechi.

Il ripensamento del nostro approccio al mondo del cibo potrebbe essere di fondamentale importanza nella transizione verso l’Economia Circolare. La sfida è quella di rivoluzionare il modello produttivo a partire da una corretta gestione del capitale naturale, rispettando i limiti planetari e offrendo allo stesso tempo uno spazio equo alla società civile. Il cibo può inoltre essere una leva strategica per accelerare il cambio di paradigma a livello sociale dato che il cibo tocca la nostra quotidianità.

Agire sul settore del cibo permette inoltre di avere impatto positivo su tutti i 17 SDGs, anche se – come sottolineato da Fassio – chi si occupa di Circular Economy for Food pone ancora poca attenzione sulla necessità di salvaguardare la biosfera. Il rischio è che il nuovo paradigma economico diventi un semplice modello per la manipolazione del rifiuto, situazione che paradossalmente potrebbe portare a un’accelerazione dell’obsolescenza programmata, facendo apparire la creazione dei rifiuti come meno problematica.

Il professor Fassio ha pertanto evidenziato – nel suo volume Circular Economy for Food – un importante quadro concettuale per questa transizione, basato sulle 3 C: capitale, ciclicità e coevoluzione. Con la parola capitale si fa riferimento al capitale naturale, culturale ed economico, sottolineando il fatto che il nuovo approccio deve essere globale. Con il termine ciclicità si intende la necessità di favorire il recupero di risorse e l’eliminazione degli sprechi. Infine, la terza C, coevoluzione, viene usata per proporre una visione win-win di simbiosi mutualistica, un nuovo approccio sistemico, in cui la produzione viene disegnata affinché non ci siano disuguaglianze sociali e in modo che la natura abbia il tempo di rigenerarsi ed evolversi.

È possibile rivedere l’intervento integrale del Prof. Tettamanti qui:

English Version

Circular Economy for Food

Franco Fassio, Professor at the University of Gastronomic Sciences in Pollenzo (UNISG), was our guest at Hacking the City in April. His speech focused on the need to start from food to change our current economic paradigm.

Such an evolution in a circular key would allow us to bring back the attention to biodiversity, communities, quality of relationships, and substance of behaviors.

In fact, to understand the problems that characterize the food system, we need to adopt a systemic approach. Thinking in systems can help us see the interconnections and understand the needs of all the parties involved in the system. As the British anthropologist Gregory Bateson argued in Steps to an Ecology of Mind: “The world’s major problems are the result of the difference between the way nature works (system) and the way people think (linear)”.

According to Professor Fassio, therefore, the first step to take if we want to support and promote the Circular Economy is spreading the awareness that we are a single interconnected system and that a sustainable economy can only be an economy of knowledge. Education, training, and research are necessary to rethink the assumptions of contemporary society and question established habits that are sometimes the real obstacle to sustainable development.

The extended agri-food chain is the leading economic sector in Italy, with a turnover of over 500 billion euros and almost 4 million employees. The importance of this sector is such that the Covid-19 pandemic has affected the agro-food sector in a relatively small way, with a 4% contraction in terms of added value on an annual basis. This sector is so important that it is possible to imagine a dynamic and sustainable transition: to do this, however, it is necessary to rethink our entire approach to food production.

A reform of the agri-food supply chain would also have a fundamental impact on the protection of biodiversity, which today is declining at a fast rate. In terms of Natural Capital, species are disappearing at a rate of about 27,000 per year. However, the issue also concerns the so-called Cultural Capital: today, 3/4 of the world’s food depends on just 12 plant and 4 animal species and – out of about 30,000 edible species present in nature – there are just 30 food crops that, alone, satisfy 95% of the world’s energy needs.

An important indicator of this process is the so-called Earth Overshoot Day, which is the day on which humanity consumes the entire resources produced by the planet in the entire year. In 2020, this day fell on August 22nd, while in 2019 it fell on July 29th. In fact, the extraction of primary materials tripled from 1970 to 2010: from 22 billion tons of materials annually to 70 billion (from 6 to 10 tons per capita).

The exaggerated lifestyles that are widespread today heavily impact the amount of resources that will be available in the years to come. It is estimated that in 2050, keeping the pace of production and consumption stable, we will need to put into the system (input), about 180 billion tons of natural resources, or 20 tons per year per capita. Of these, however, according to an analysis conducted by UNEP, about 29 billion tons will be missing.

When the world’s population surpasses 10 billion in 2050, it’s not just mineral resources that will be an issue. Demand for energy will also grow by 30 percent, as a 70 percent increase in agricultural production will need to be supported.

This is a situation that we will have to face soon, as well as the issue of reducing emissions harmful to the ecosystem. The process from production to sale of food generates about 3.3 billion tons of CO2 each year, or 30% of all greenhouse gas emissions. CO2 concentrations have increased by 145% compared to pre-industrial levels (before 1750).

A scenario in which the situation is already dramatic is that of water: agricultural production is the cause of 69% of water withdrawals. Nitrogen and Phosphorus used in the fields to increase crop yields are contaminating groundwater and modifying global biogeochemical cycles. In addition, about 8 million tons of plastic end up in the sea every year. This is how plastic is making its way into the human food chain.

Moreover, from the point of view of human health, the current system is not sustainable as it leads to the accumulation of waste inside our bodies. On average, every year each Italian ingests 12 kg of chemicals (fungicides, insecticides, herbicides, etc..) and 9 grams of antibiotics (equivalent to 4 treatments). In addition, the risk of mortality for diseases related to poor diet has exceeded that of diseases caused by insufficient caloric intake. Today 1/3 of the population has nutrition problems: of these, 868 million people are undernourished and 1.5 billion are obese or overweight.

There is also a misallocation of resources. Globally, we waste 1,300,000,000 tons of food each year, equal to about 1,700 billion dollars. This value is particularly impressive given that eliminating world hunger would require approximately 267 billion dollars per year. It is therefore fundamental to underline how a rethinking of our food system should not lead to an increase in food production, but to its better distribution, to avoid waste.

Rethinking our approach to food systems could be of fundamental importance in the transition towards a circular economy. The challenge is to revolutionize the production model with proper management of natural capital, a new respect for natural limits, and new fairness for civil society. Food can also be a strategic lever to accelerate the paradigm shift to a Circular Economy at a social level since food touches our daily lives.

Reforming the food sector can also positively impact all the 17 SDGs, even if – as pointed out by Fassio – those who deal with Circular Economy for Food still pay little attention to the safeguard of the biosphere. The risk is that the new economic paradigm becomes a simple model for the manipulation of waste, a situation that paradoxically could lead to an acceleration of planned obsolescence, making the creation of waste appear less problematic.

Professor Fassio therefore highlighted an important conceptual framework in his book Circular Economy for Food. This new approach is based on 3 Cs: capital, cyclicality, and co-evolution. The word capital refers to natural, cultural, and economic capital, emphasizing the fact that the new approach must be complete. The term cyclicality refers to the need to encourage the recovery of resources and the elimination of waste. Finally, the third C, co-evolution, is used to propose a win-win vision, a new systemic approach in which production is designed so that there are no social inequalities and so that nature has time to regenerate and evolve.

You can view the full speech of Prof. Fassio here:

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