The history of the Circular Economy

By Arianna Sica

English Version

The term Circular Economy appeared for the first time in Boulding’s article “The Economics of the Coming Spaceship Earth” in 1966, indicating a planned economic system for the reuse of materials in subsequent production cycles with the aim of reducing waste.

Since then, this alternative model which aims to substitute the classic one, characterized by a linear production-consumption relation, has entered the discussions of the round tables of the Public and Private Sector, sometimes provoking forms of resistance to its implementation, fueled by individual and social cognitive biases.

The footprint of Circular Economy

Although the term was conceptualized only during the last century, circular practices such as Upcycling, Downcycling, and Zero Waste aimed at maximizing the value obtainable from resources can already be seen in ancient times. Through the numerous findings received in archaeological excavations, the footprints of the circular economy of the past are being outlined.

The goal of these researches is to examine the know-how that cities of the past hold, so that a long-term perspective can help and inform today’s politicians and decision-makers. For example, while today we often discuss the sustainability of “Consumer Cities”, a large part of urban centers in the past was largely self-sufficient through recycling and reuse of resources.

Rome

In “Recycling and Reuse in the Rome Economy“, several types of materials that the Romans recycled are identified. In the building sector, there were workers involved in the demolition of buildings, and most of the recovered recycled material was presumably acquired from suppliers of building materials.

Garments and other textile items that have been recovered from Roman sites feature patches, additions, and other types of repairs that involved the use of material apparently made from used fabrics/garments. Parts of used fabric were also regularly used as padding to plug amphorae and caulk the hulls of ships.

Even the papyrus sheets with the texts were recycled for multiple purposes including the manufacture of masks of mummies in cartonnage.

Pompeii

The research conducted by Allison Emmerson of the University of Tulane on the city buried under the blanket of volcanic ash by Vesuvius in 79 AD revealed that the huge pile of waste apparently dumped outside the walls was actually a “stage for cycles of use and reuse”.

The height of the mounds is several meters and includes fragments of ceramic and plaster, which could be reused as building materials. Initially, they were believed to have formed following an earthquake preceding the eruption of the volcano, but it has been proven that in reality, these masses of waste represented a systematic process of reuse.

Palmyra

Almost 250 km north of Damascus still stand the arches and columns of the ancient city in the Syrian desert. Located on the Silk Road, Palmyra was almost exclusively dependent on the caravan trade, and the scarce resources were endowed with a priori value in the eyes of the citizens, thus favoring their reuse and recycling.

The research project led by Rubina Raja at the University of Aarhus was recently started and is still ongoing. However, it has already shown how common it was to recycle glass from broken containers (those defined today as secondary raw materials) and how road paving was made up of ceramic fragments.

An echo from the past that still resonates

A common thread seems to emerge from these cities: society, unlike the current one, was not organized around a process of removing waste from everyday life. The proximity to the waste produced was not given by the lack of infrastructure, but by an urban management system built on a different scale of values: the priority of collecting and sorting waste for recycling while neglecting other rules relating to the representation and order of the urban.

Nowadays it is important to emphasize that the countries that manage their waste most effectively have applied a modern version of the ancient model, implementing a process of commodification of waste rather than mere removal. These studies can provide us with new tools to look at the circular economy, which although not defined in this way, has always been applied in everyday life over the millennia and allow us to eradicate the foundations of those forms of resistance linked to the apparent novelty of the concept of Circular Economy.

Versione Italiana

La storia dell’Economia Circolare

Il termine Economia Circolare è comparso per la prima volta nell’articolo di Boulding “The Economics of the Coming Spaceship Earth” del 1966, andando ad indicare un sistema economico pianificato per il riutilizzo dei materiali in successivi cicli produttivi con l’obiettivo di ridurre gli sprechi.

Da allora questo modello alternativo al classico, connotato dalla linearità produzione-consumo, si è addentrato nelle discussioni delle tavole rotonde del Settore Pubblico e Privato, provocando talvolta forme di resistenza alla sua implementazione, alimentate da bias cognitivi individuali e sociali.

Le orme della Circular Economy

Seppur il termine sia stato concettualizzato solamente durante il secolo scorso, le pratiche circolari come Upcycling, Downcycling e Zero Waste volte a massimizzare il valore ottenibile dalle risorse potevano già scorgersi nell’antichità.

Attraverso i numerosi ritrovamenti pervenuti negli scavi archeologici si stanno andando a delineare le impronte dell’economia circolare del passato.

L’obiettivo di queste ricerche è di esaminare il know-how che le città del passato conservano, in modo che una prospettiva a lungo termine possa aiutare e informare i politici e i decision-makers di oggi.

Nonostante oggi si discuta di sostenibilità delle “città del consumo”, una larga parte dei centri urbani in passato era ampiamente autosufficiente mediante il riciclaggio e il riutilizzo delle risorse. Queste scoperte ci trasportano in alcune delle più rinomate città del mondo antico.

Roma

In “Recycling and Reuse in the Rome Economy” vengono identificate alcune tipologie di materiali che i romani riciclavano. In ambito edile figuravano lavoratori che si occupavano di demolizioni di edifici e gran parte del riciclato recuperato era presumibilmente acquisito da fornitori di materiale da costruzione.

Indumenti e altri articoli tessili che sono stati recuperati da siti romani presentano toppe, aggiunte e altri tipi di riparazioni che comportavano l’uso di materiale apparentemente ottenuto da tessuti/indumenti usati. Parti di tessuto usato venivano inoltre regolarmente utilizzate come imbottiture per tappare le anfore e calafatare gli scafi delle navi.

Anche i fogli di papiro con i testi venivano riciclati per scopi molteplici tra cui la fabbricazione di maschere di mummie in cartonnage.

Pompei

La ricerca condotta da Allison Emmerson dell’Università di Tulane sulla città sepolta sotto la coltre di cenere vulcanica scatenata dal Vesuvio nel 79 d.C. ha rivelato che l’enorme cumulo di rifiuti apparentemente scaricati fuori le mura era in realtà “palcoscenico per cicli di uso e riuso”.

L’altezza dei tumuli è di diversi metri e include frammenti di ceramica e gesso, che potevano essere riutilizzati come materiali da costruzione. Inizialmente si ritenevano essersi formati in seguito ad un terremoto precedente l’eruzione del vulcano, ma è stato provato come in realtà queste masse di rifiuti rappresentassero un processo sistematico dell’attività di riuso.

Palmira

A quasi 250 km a nord dell’attuale Damasco si ergono ancora gli archi e le colonne dell’antica città nel deserto siriano. Collocata sulla Via della Seta, Palmira era dipendente quasi esclusivamente dal commercio delle carovane, e le risorse scarse erano dotate di un valore a priori agli occhi dei cittadini, favorendone così il riuso e il riciclaggio.

Il progetto condotto da Rubina Raja presso l’Università di Aarhus è stato recentemente avviato ed è ancora in corso, tuttavia ha già mostrato come fosse comune riciclare il vetro da contenitori rotti, quelle definite oggi materie prime seconde, e come la pavimentazione stradale fosse costituita da frammenti di ceramica.

Un eco dal passato che risuona ancora

Da queste città sembra emergere un filo conduttore: la società, al contrario di quella attuale, non era organizzata attorno ad un processo di rimozione dei rifiuti dalla vita quotidiana.

La vicinanza ai rifiuti prodotti non era data dalla mancanza di infrastrutture, bensì da un sistema di gestione urbana costruito su una scala di valori differente: la priorità di raccogliere e smistare i rifiuti per il riciclaggio trascurando altre norme relative alla rappresentazione e all’ordine dell’urbano.

Al giorno d’oggi è importante sottolineare come i paesi che più gestiscono efficacemente i propri rifiuti hanno applicato una versione moderna del modello antico, privilegiando un processo di mercificazione del rifiuto rispetto alla mera rimozione.

Questi studi possono fornirci nuovi strumenti con cui guardare all’economia circolare, che seppur non definita in questo modo, è sempre stata applicata nel quotidiano nel corso dei millenni e permettono di sradicare le fondamenta di quelle forme di resistenza legate all’apparente novità del concetto di Circular Economy.

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