Biodegradabili certificati: funzionano davvero?

Negli ultimi anni i materiali biodegradabili sono diventati uno dei simboli della lotta all’inquinamento da plastica. Si presentano come una soluzione concreta, capace di ridurre l’impatto dei rifiuti persistenti nell’ambiente. Ma la domanda rimane: funzionano davvero o sono solo l’ennesima promessa verde?


Un recente rapporto pubblicato da BB-REG-NET, intitolato “Addressing Persistent Plastic Pollution: The Case for Biodegradable Solutions”, prova a rispondere con dati scientifici e casi reali. Secondo i ricercatori, i materiali biodegradabili certificati si degradano effettivamente nell’ambiente, a differenza delle plastiche convenzionali che possono restare per decenni o secoli.

Microplastiche: il problema invisibile

Le microplastiche sono ormai dappertutto: nei mari, nei fiumi, nei suoli e persino nell’aria. Minuscole, quasi invisibili, ma estremamente persistenti. Come spiega il rapporto BB-REG-NET, possono derivare sia da prodotti che le contengono volontariamente come cosmetici o vernici e sia dalla frammentazione di plastiche più grandi.


Il loro impatto è tutt’altro che marginale: alterano la salute dei suoli, riducono la capacità di trattenere acqua, interferiscono con la crescita delle piante e minacciano la fauna acquatica. Alcuni studi citati nel rapporto evidenziano anche la possibilità che trasportino sostanze tossiche come metalli pesanti o composti organici persistenti, con potenziali effetti sulla catena alimentare e, in ultima analisi, sulla salute umana.


Ecco perché la ricerca sui materiali biodegradabili è cruciale. Questi polimeri sono progettati per essere “digeriti” dai microrganismi, trasformandosi in acqua, anidride carbonica e biomassa. In pratica, tornano alla natura, senza lasciare residui stabili.

Biodegradabili e convenzionali: non è la stessa cosa

Spesso si confonde la frammentazione con la biodegradazione. Entrambi i processi portano alla formazione di microplastiche, ma nel caso dei materiali biodegradabili si tratta di frammenti transitori, che vengono poi degradati completamente dai microrganismi fino alla mineralizzazione.


Come sottolinea Gail Shuttleworth, autrice principale del rapporto:


“Le microplastiche biodegradabili sono transitorie. Quando trovano le giuste condizioni ambientali, si mineralizzano completamente. È questa la vera differenza con le plastiche convenzionali.”

Dalla teoria alla pratica: i tre casi analizzati

Per verificare se la teoria funziona anche sul campo, BB-REG-NET ha analizzato tre applicazioni reali:


1. Film pacciamanti agricoli,

2. Proteggi-alberi biodegradabili,

3. Materiali compostabili negli impianti di trattamento organico.


I risultati sono incoraggianti: quando gestiti correttamente, questi materiali non si accumulano nell’ambiente ma si degradano a un ritmo naturale, senza lasciare residui plastici permanenti.


1. Film pacciamanti agricoli


Molto diffusi in agricoltura, servono a mantenere l’umidità del terreno e limitare le infestanti. Il problema dei film tradizionali in polietilene è che si rompono, si perdono nei campi e finiscono per accumularsi nel suolo.


Per questo è nato lo standard europeo EN 17033:2018, che richiede che almeno il 90% del carbonio organico del materiale si trasformi in CO₂ entro 24 mesi in condizioni controllate.


Il rapporto BB-REG-NET conferma che, anche se in campo i tempi possono essere più lunghi rispetto al laboratorio, la degradazione avviene davvero. Dopo due o tre anni, nei terreni non restano residui plastici visibili. Inoltre, grazie alla Regolamentazione europea 1009/2019, i film biodegradabili certificati possono essere considerati fertilizzanti, poiché migliorano la salute del suolo anziché danneggiarla.


2. Proteggi-alberi biodegradabili


Nella riforestazione e nella silvicoltura, i classici tubi di plastica per proteggere i giovani alberi sono da tempo un problema: difficili da recuperare, si spezzano e si disperdono nell’ambiente. Le versioni biodegradabili in carta, fibre naturali o PLA (acido polilattico) offrono una soluzione più sostenibile.


Il processo di degradazione è lento ma progressivo. In condizioni naturali, questi materiali si deteriorano gradualmente senza rilasciare microplastiche persistenti. Anche se la mineralizzazione completa può richiedere anni, il loro impatto ambientale è nettamente inferiore rispetto ai tradizionali gusci di plastica che possono resistere per decenni.


Il rapporto evidenzia che, con la crescita delle iniziative di rimboschimento legate agli obiettivi climatici, l’uso di protezioni biodegradabili rappresenta un passo pratico e realistico per ridurre l’inquinamento da plastica nei boschi.


3. Compostaggio


Nel compostaggio industriale le condizioni sono ideali: alte temperature, umidità e abbondanza di microrganismi. Qui entrano in gioco gli standard EN 13432:2000, che stabiliscono che un materiale compostabile deve disintegrarsi in particelle inferiori a 2 mm entro 12 settimane e mineralizzarsi per almeno il 90% entro sei mesi.


Il rapporto BB-REG-NET conferma che i materiali certificati rispettano questi limiti. Anche i piccoli residui che restano nel compost continuano a degradarsi una volta rilasciati nel terreno. È importante però che il materiale entri nel flusso di rifiuti organici corretto: se finisce in discarica o viene bruciato, la sua funzione ecologica si perde.

Casi studio: esempi concreti di biodegradabilità certificata

Diversi progetti italiani ed europei dimostrano che la biodegradazione controllata funziona anche nella pratica, con benefici ambientali e agricoli misurabili.


Renashe – proteggi-alberi biodegradabili italiani


La startup italiana Renashe produce tubi di protezione per alberi realizzati in cartoncino e fibre naturali completamente biodegradabili.
Utilizzati in progetti di riforestazione in Lombardia e Veneto, i protettori si degradano naturalmente nel giro di pochi anni, evitando l’abbandono di plastica nei boschi e riducendo i costi di recupero.


Consorzio Biorepack – la filiera del compostabile in Italia


Biorepack è il primo consorzio europeo dedicato esclusivamente al riciclo organico degli imballaggi in bioplastica.
Nel 2024, il 57% degli imballaggi compostabili immessi sul mercato italiano è stato effettivamente riciclato insieme all’umido domestico, dimostrando che la filiera può funzionare su scala nazionale.
Un modello di governance circolare che unisce imprese, enti locali e cittadini.

Le condizioni contano, eccome

Essere “biodegradabile” non significa dissolversi ovunque e sempre. Il processo dipende da fattori ambientali: temperatura, umidità, ossigeno e presenza di microrganismi attivi. In ambienti freddi o secchi, la degradazione rallenta, ma non si ferma. Prima o poi, il materiale si trasforma completamente.


Per questo le certificazioni specificano il contesto di biodegradazione: in suolo, in acqua, in compostaggio o in ambiente marino. Ogni sistema ha parametri diversi, e dichiarare un materiale “biodegradabile” senza precisarlo è fonte di confusione e greenwashing.

Il valore delle certificazioni

Le certificazioni servono a distinguere chi rispetta davvero gli standard da chi si limita a rivendicare virtù ecologiche di facciata. Gli standard EN 17033 e EN 13432 includono test rigorosi non solo sulla degradazione, ma anche su eventuali effetti di ecotossicità. Solo i materiali che superano queste prove possono definirsi biodegradabili in senso pieno.


Il rapporto è chiaro: anche le plastiche convenzionali dovrebbero essere sottoposte a test equivalenti, per un confronto corretto. Oggi, invece, le plastiche tradizionali non devono dimostrare nulla sulla loro fine vita, e questo squilibrio mantiene il mercato distorto.

Benefici e limiti

BB-REG-NET non presenta i materiali biodegradabili come una panacea. Riconosce che non risolveranno da soli il problema globale della plastica, ma rappresentano una strada concreta e responsabile. Se usati correttamente, riducono l’accumulo di microplastiche e migliorano la qualità dei suoli.


Il loro successo dipende però da gestione, informazione e progettazione intelligente. Usare un materiale biodegradabile non significa potersi permettere di abbandonarlo nell’ambiente. Occorrono infrastrutture adeguate e una filiera che ne garantisca il corretto trattamento.

Verso una bioeconomia circolare

Il rapporto si chiude con una visione ottimista: i materiali biodegradabili e compostabili certificati sono una parte essenziale della bioeconomia circolare. Molti derivano da fonti rinnovabili e aiutano a ridurre la dipendenza dal petrolio, contribuendo alla decarbonizzazione dell’industria della plastica.


BB-REG-NET indica quattro passi fondamentali per accelerare la transizione:

1. Collaborazione tra industria, ricerca e enti normativi;

2. Definizione di standard specifici per ogni applicazione;

3. Studi di lungo periodo sull’impatto ambientale;

4. Comunicazione onesta per evitare il greenwashing.

La visione di Tondo

Per Tondo, che lavora ogni giorno sull’innovazione circolare, questo studio rappresenta una conferma importante: la scienza può e deve guidare il cambiamento. I materiali biodegradabili certificati funzionano, ma solo se inseriti in un sistema responsabile e circolare.


Non sono un lasciapassare per consumare senza pensieri, ma uno strumento per cambiare davvero il modo in cui produciamo, usiamo e rigeneriamo le risorse.

Francesco Castellano

Francesco Castellano è un esperto leader aziendale e stratega con oltre 20 anni di esperienza nel campo della ricerca, della finanza, della consulenza e dell'imprenditoria. Ha ricoperto ruoli di grande impatto, tra cui quello di consulente presso Bain & Company, l'avvio delle attività di Uber a Torino e il ruolo di amministratore delegato di una start-up svizzera. Negli ultimi anni, France... Continua a leggere

Francesco Castellano è un esperto leader aziendale e stratega con oltre 20 anni di esperienza nel campo della ricerca, della finanza, della consulenza e dell'imprenditoria. Ha ricoperto ruoli di grande impatto, tra cui quello di consulente presso Bain & Company, l'avvio delle attività di Uber a Torino e il ruolo di amministratore delegato di una start-up svizzera.

Negli ultimi anni, Francesco Castellano ha fondato Tondo, un hub di organizzazioni dedicate a promuovere approcci di Economia Circolare e a sostenere le aziende nella transizione verso pratiche sostenibili e circolari. È anche l'ideatore e il coordinatore del Forum Re-think Circular Economy, un evento di alto profilo che si svolge in tutta Italia per presentare soluzioni innovative di Economia Circolare.

Francesco Castellano collabora con le istituzioni europee, in qualità di esperto per l'iniziativa Circular Cities and Regions della Commissione europea e di mentore di startup nell'ambito del New European Bauhaus Booster Program dell'Istituto europeo di innovazione e tecnologia (EIT). Grazie a questi ruoli, sostiene attivamente lo sviluppo e la scalabilità delle imprese dell'economia circolare in tutta Europa.

È anche un ricercato oratore e conferenziere, che condivide la sua esperienza in materia di economia circolare, innovazione e imprenditorialità presso università ed eventi internazionali. Francesco Castellano ha conseguito certificati di formazione per dirigenti presso prestigiose istituzioni come il MIT, Harvard e l'Università della Virginia, consolidando ulteriormente le sue credenziali in materia di strategia, sostenibilità e innovazione.

Francesco Castellano, che parla correntemente italiano, inglese e spagnolo, unisce le sue diverse competenze alla passione per l'economia circolare, le innovazioni cleantech e l'imprenditorialità. Il suo solido background in strategia aziendale, sostenibilità, sviluppo dell'innovazione e finanza gli consente di guidare un cambiamento d'impatto in ogni iniziativa che intraprende.